Disegnare l’iperspazio. Dalla matita alla Computer graphics
DOI:
https://doi.org/10.15168/xy.v10i16.4186Parole chiave:
animazione, Flatlandia, ipercuboAbstract
Nel 1885 E.A. Abbott pubblica Flatland in Gran Bretagna, un libro destinato ad avere una grande diffusione non solo nel mondo anglosassone. Si parla delle avventure di un quadrato che scopre le dimensioni oltre la terza dimensione euclidea. Chi scrive è un docente di matematica ed è al corrente del fatto che, in quegli anni, i matematici si stavano interessando alle figure geometriche a più di tre dimensioni. Tra gli oggetti studiati, il più famoso è senz’altro il cubo a quattro dimensioni, chiamato tesseract o hypercube. Il libro del matematico Coxeter, negli anni Venti, spalanca la porta alle dimensioni più alte. Molti artisti in varie parti del mondo vengono a conoscenza di questi studi tramite i matematici dei rispettivi paesi, ovvero grazie alle traduzioni in molte lingue di Flatland o ai libri di Charles Hinton sulla quarta dimensione, alla quale guarderanno anche i cubisti in Francia e l’opera di Salvador Dalí. Quando, dopo la Seconda Guerra Mondiale, il computer inizia la sua inarrestabile strada, dopo pochi anni viene elaborata una via per visualizzare ciò che si realizza con il computer e torna di gran moda l’ipercubo: insomma, una storia che viene da lontano e guarda ancora lontano.
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