«Un’umanità alle soglie della coscienza»
La duplice natura del mito pavesiano, contro e con Ernesto de Martino
DOI:
https://doi.org/10.15168/t3.v0i13.408Palabras clave:
Cesare Pavese, Ernesto de Martino, teoria del mito, temporalità, antropologia del testo letterario, Dialoghi con LeucòResumen
È nota l’importanza dell’attività editoriale di Cesare Pavese e gli sforzi da lui spesi per l’einaudiana «Collana viola», in collaborazione con Ernesto de Martino. Nello scambio epistolare tra i due e nelle successive dichiarazioni pubbliche, de Martino lancia un’accusa sferzante di irrazionalismo contro le fonti di etnologia e storia delle religioni che alimentano il mito pavesiano. Tuttavia, vorrei dimostrare che un confronto con l’opera teorica di de Martino permette di intravedere la pars costruens del dialogo tra i due intellettuali: se l’etnologo leva il dito contro l’individualismo irriducibile della «singolarissima infanzia in collina», ci è possibile riconoscere proprio nella produzione più irrazionalistica di Pavese, in Feria d’agosto e nei Dialoghi con Leucò, una seconda natura del mito pavesiano, sulla quale pesa fortemente l’influenza del concetto demartiniano di crisi e reintegrazione della presenza. Ai simboli dell’infanzia che ci legano a doppio filo a noi stessi, si oppongono allora i miti collettivi di «un’umanità alle soglie della coscienza», secondo la bella definizione che Italo Calvino ci ha lasciato dei personaggi dei Dialoghi.
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